Libera nos a malo

Qui in paese quando ero bambino c’era un Dio che abitava in chiesa, negli spazi immensi sopra l’altare maggiore dove si vedeva infatti sospeso in alto un suo fiero ritratto tra i raggi di legno dorato. Era vecchio ma molto in gamba (certo meno vecchio di San Giuseppe) e severissimo; era incredibilmente perspicace e per questo lo chiamavano onnisciente, e infatti sapeva tutto, e, peggio, vedeva tutto. Era anche onnipotente, ma non in modo assoluto: se no sarebbe andato in giro con un paio di forbici a tagliare il ciccio a tutti i bambini che facevano le brutte cose. I piccoli adopratori del ciccio erano suoi mortali nemici, e potendo li avrebbe puniti senz’altro così, ma grazie a Dio non poteva.

«La Norma la prendo io, tu prendi la Carla.»
E io prendevo la Carla, ma in segreto ammiravo la Norma. Il pallore della Norma! Quello sbiancare della pelle all’interno delle cosce. La Carla era una bellissima tosetta, ricciuta e ben fatta, scura di pelle, cordiale; ma la Norma era un molle tranello in cui bramavo cadere.
Però prendevo la Carla: l’idea di contraddire Piareto non mi sfiorava nemmeno. Io ero il più giovane (e la Norma, che aveva forse sei anni, la più vecchia) e non toccava a me scegliere. E poi mi sarebbe dispiaciuto offendere la Carla, tanto simpatica e volenterosa.
E così, nel folto dei rampicanti a metà dell’orto, in una penombra verde subacquea, deposte tra filari le spade di legno, facevamo le brutte cose con le nostre donne accucciate per terra.
Ma con la Norma ebbi un’ora di rapimento sublime nello stanzone sopra la cantina, dietro un oggetto che ricordo nelle sue forme essenziali, nido schermo tetto, probabilmente un moncone di carrozzeria d’auto. C’erano superfici imbottite di cuoio, tendine di seta col congegno a molla e il fiocchetto per abbassarle sui finestrini senza vetri. Era uno dei bizzarri rottami che c’erano lassù: l’avevamo issato sopra bidoni e cavalletti, alto alto a livello con la finestra che dà sui campi. Ci si sentiva come in un salottino senza la parete dietro, ma ben riparati dal mondo.
Ci arrampicammo lassù io e la Norma per giocare, e senza accordi preliminari, senza parole, fui ammesso per una breve ora alla comunione delle superfici esangui, del dolce nodo dove smorivano.
Atinpùri! Per la prima comunione che si faceva in chiesa a sette anni, ci vestivano da marinaretti; e le bambine in bianco. Quando venne il mio turno e dovetti andarmi a confessare per la prima volta, mi era ben chiaro che dovevo confessarmi anche delle brutte cose, anni e anni, una vita intera di brutte cose: ma come, con che parole? Me lo insegnò la Norma. Lei aveva fatto a comunione qualche anno prima, e per un po’ aveva poi scansato i giochi proibiti, a cui tornò in seguito solo di rado e riluttando.
Un giorno che facevo pissìn sul muretto del letamaio, passò la Norma che andava in orto col cestino di fil di ferro a raccogliere insalata. Io mi voltai verso di lei, e cominciai a invitarla festevolmente agitando quel che tenevo nella manina. Ma la Norma s’indignò.
«Và via, mas’cio!» mi disse. «Pensa che presto farai la comunione!»
Più tardi ci trovammo in cortile (scendeva la sera) e passeggiando su e giù la Norma mi confidò la formula con cui ci si confessa. La imparai bene a memoria e a suo tempo la ripetei al prete: «Atìnpuri».
Agli adulti e ai preti il gioco creduto segreto era notissimo; ma lo chiamavano così.

Ogni confessore aveva il suo stile e le sue preferenze; così si cercava di scegliere questo o quello a seconda dei peccati della settimana. Il principale problema pratico erano le penitenze, che potevano variare considerevolmente. I più vecchi davano consigli agli inesperti: «Stavolta ti conviene da Bocaléti, verso sera però». Bocaléti che era don Emanuele, verso sera era più generoso.
Don Antonio era magro e mite, aveva un vocino tremulo ed emanava un’aria  di tale innocenza e compostezza che sinceramente ci dispiaceva di doverlo andare a turbare con le nostre cattiverie. Però quando ci si andava la confessione riusciva delle più facili.
Si parlava delle disubbidienze, dei ritardi a messa, dei litigi, delle parolacce; si divagava su certi peccati generici come l’invidia e la vanità, tanto per guadagnar tempo, sempre col pensiero al punto cruciale. Finalmente don Antonio poneva la Domanda, che solo lui a Malo faceva a quel modo: «Hai mancato  –  contro la Santa Modestia?». Era una sua perifrasi personale per gli atinpùri; e la sua formula delicata permetteva risposte altrettanto delicate, uno scambio di idee tra gentiluomini. E così, senza usare termini impropri, pulitamente come in un questionario («Quante volte?» «Nove.» «Da solo o con altri?» «Con altri.» «Con altri o con altre?» «Con altre.») ci si trovava ad aver finito la confessione, e assolti,  e solo tre salveregina da dire. Poi via di corsa a godersi qualche ora di innocenza totale, con la deliziosa certezza di fare, se capitasse stasera, una buona morte, entrare nel coro degli angeli.

Da “Libera nos a malo” dello scrittore italiano Luigi Meneghello (1922-2007). Di Meneghello ricordo una bella polemica: “La prosa è fatta per dire ciò che si vuol dire, se si ha qualcosa da dire più chiaramente lo si dice e meglio è. Invece in Italia pareva valesse la regola opposta: meno hai da dire, più banale e miserevole è la roba che hai da dire, e più devi cercare di rendere oscuro, contorto, allusivo, involuto il modo in cui la dici.” Ecco non si può dire che lui scrivesse roba banale e miserevole. Potrei parlare a lungo dell’originalità della sua opera, ma in particolare è straordinaria la lingua in cui si esprime mista d’italiano, veneto, dialetto locale, inglese. Non per vana ricerca, ma per potersi esprimere in ogni momento nel modo più efficace. Fondendo diverse lingue trova per ogni racconto, riflessione, descrizione, la possibilità di esprimersi nel modo più efficace. Perché ogni lingua o dialetto, sottende una particolare sensibilità, forma mentis, cultura e non è uno strumento neutro…

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2 commenti

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2 risposte a “Libera nos a malo

  1. Nel commento finale.. quante volte compare la parola efficace? 8000? Capra chi l’ha scritto!

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