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Satana ed il suo inferno

E’ meglio regnare all’inferno che servire in paradiso.

Questa è la frase di chi ha scelto,Citazione di Milton:  anche se così è condannato. La ribellione non è più semplice atto di vanità, ma il tentativo di affermazione, perché essere angeli vuol dire non aver diritto di scelta come semplice estensione del volere divino. Satana si oppone ed afferma la propria dignità. Eppure egli non fa altro che compiere il volere divino, semplicemente in un modo differente:  dopo diluvi universali, città incendiate, giustificazioni di crimini e massacri perpetrati dal popolo prediletto, c’era il bisogno di una figura più cattiva di lui. Un po’ come gli USA e i terroristi.

Così Lucifero si oppone, come uno stolto, e realizza il destino del suo nuovo nome, Satana, “colui che si oppone”. Un nome adatto, questo, per rappresentare le divinità dei popoli ostili ad Israele, poi sconfitte ed assorbite nella religione.

Insomma un destino piuttosto ironico anche per il Principe delle tenebre di Milton, che ha più il gusto dell’eterno, perdente cattivo di fumetti e fiabe.

Oltre a questo, alla fama di grande ingannatore del genere umano, come lo vuole la tradizione postuma, tentatore di Eva, è l’esecutore della punizione divina, l’incubo dei peccaminosi. Coloro che hanno goduto di una vita di peccati bruceranno fra le fiamme, mentre verranno trafitti dal tradizionale forcone. In tal modo si può sopportare una vita di stenti, sapendo che la giustizia, un’invenzione umana, possa estendersi al di là del dominio terrestre e colpire colore che erano troppo potenti per subirne le conseguenze in vita.

Per concludere, visto che magari non l’avete capito, chi crede in Satana o nell’inferno è uno sfigato. Come anche negli USA e nei terroristi islamici.

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Libera nos a malo

Qui in paese quando ero bambino c’era un Dio che abitava in chiesa, negli spazi immensi sopra l’altare maggiore dove si vedeva infatti sospeso in alto un suo fiero ritratto tra i raggi di legno dorato. Era vecchio ma molto in gamba (certo meno vecchio di San Giuseppe) e severissimo; era incredibilmente perspicace e per questo lo chiamavano onnisciente, e infatti sapeva tutto, e, peggio, vedeva tutto. Era anche onnipotente, ma non in modo assoluto: se no sarebbe andato in giro con un paio di forbici a tagliare il ciccio a tutti i bambini che facevano le brutte cose. I piccoli adopratori del ciccio erano suoi mortali nemici, e potendo li avrebbe puniti senz’altro così, ma grazie a Dio non poteva.

«La Norma la prendo io, tu prendi la Carla.»
E io prendevo la Carla, ma in segreto ammiravo la Norma. Il pallore della Norma! Quello sbiancare della pelle all’interno delle cosce. La Carla era una bellissima tosetta, ricciuta e ben fatta, scura di pelle, cordiale; ma la Norma era un molle tranello in cui bramavo cadere.
Però prendevo la Carla: l’idea di contraddire Piareto non mi sfiorava nemmeno. Io ero il più giovane (e la Norma, che aveva forse sei anni, la più vecchia) e non toccava a me scegliere. E poi mi sarebbe dispiaciuto offendere la Carla, tanto simpatica e volenterosa.
E così, nel folto dei rampicanti a metà dell’orto, in una penombra verde subacquea, deposte tra filari le spade di legno, facevamo le brutte cose con le nostre donne accucciate per terra.
Ma con la Norma ebbi un’ora di rapimento sublime nello stanzone sopra la cantina, dietro un oggetto che ricordo nelle sue forme essenziali, nido schermo tetto, probabilmente un moncone di carrozzeria d’auto. C’erano superfici imbottite di cuoio, tendine di seta col congegno a molla e il fiocchetto per abbassarle sui finestrini senza vetri. Era uno dei bizzarri rottami che c’erano lassù: l’avevamo issato sopra bidoni e cavalletti, alto alto a livello con la finestra che dà sui campi. Ci si sentiva come in un salottino senza la parete dietro, ma ben riparati dal mondo.
Ci arrampicammo lassù io e la Norma per giocare, e senza accordi preliminari, senza parole, fui ammesso per una breve ora alla comunione delle superfici esangui, del dolce nodo dove smorivano.
Atinpùri! Per la prima comunione che si faceva in chiesa a sette anni, ci vestivano da marinaretti; e le bambine in bianco. Quando venne il mio turno e dovetti andarmi a confessare per la prima volta, mi era ben chiaro che dovevo confessarmi anche delle brutte cose, anni e anni, una vita intera di brutte cose: ma come, con che parole? Me lo insegnò la Norma. Lei aveva fatto a comunione qualche anno prima, e per un po’ aveva poi scansato i giochi proibiti, a cui tornò in seguito solo di rado e riluttando.
Un giorno che facevo pissìn sul muretto del letamaio, passò la Norma che andava in orto col cestino di fil di ferro a raccogliere insalata. Io mi voltai verso di lei, e cominciai a invitarla festevolmente agitando quel che tenevo nella manina. Ma la Norma s’indignò.
«Và via, mas’cio!» mi disse. «Pensa che presto farai la comunione!»
Più tardi ci trovammo in cortile (scendeva la sera) e passeggiando su e giù la Norma mi confidò la formula con cui ci si confessa. La imparai bene a memoria e a suo tempo la ripetei al prete: «Atìnpuri».
Agli adulti e ai preti il gioco creduto segreto era notissimo; ma lo chiamavano così.

Ogni confessore aveva il suo stile e le sue preferenze; così si cercava di scegliere questo o quello a seconda dei peccati della settimana. Il principale problema pratico erano le penitenze, che potevano variare considerevolmente. I più vecchi davano consigli agli inesperti: «Stavolta ti conviene da Bocaléti, verso sera però». Bocaléti che era don Emanuele, verso sera era più generoso.
Don Antonio era magro e mite, aveva un vocino tremulo ed emanava un’aria  di tale innocenza e compostezza che sinceramente ci dispiaceva di doverlo andare a turbare con le nostre cattiverie. Però quando ci si andava la confessione riusciva delle più facili.
Si parlava delle disubbidienze, dei ritardi a messa, dei litigi, delle parolacce; si divagava su certi peccati generici come l’invidia e la vanità, tanto per guadagnar tempo, sempre col pensiero al punto cruciale. Finalmente don Antonio poneva la Domanda, che solo lui a Malo faceva a quel modo: «Hai mancato  –  contro la Santa Modestia?». Era una sua perifrasi personale per gli atinpùri; e la sua formula delicata permetteva risposte altrettanto delicate, uno scambio di idee tra gentiluomini. E così, senza usare termini impropri, pulitamente come in un questionario («Quante volte?» «Nove.» «Da solo o con altri?» «Con altri.» «Con altri o con altre?» «Con altre.») ci si trovava ad aver finito la confessione, e assolti,  e solo tre salveregina da dire. Poi via di corsa a godersi qualche ora di innocenza totale, con la deliziosa certezza di fare, se capitasse stasera, una buona morte, entrare nel coro degli angeli.

Da “Libera nos a malo” dello scrittore italiano Luigi Meneghello (1922-2007). Di Meneghello ricordo una bella polemica: “La prosa è fatta per dire ciò che si vuol dire, se si ha qualcosa da dire più chiaramente lo si dice e meglio è. Invece in Italia pareva valesse la regola opposta: meno hai da dire, più banale e miserevole è la roba che hai da dire, e più devi cercare di rendere oscuro, contorto, allusivo, involuto il modo in cui la dici.” Ecco non si può dire che lui scrivesse roba banale e miserevole. Potrei parlare a lungo dell’originalità della sua opera, ma in particolare è straordinaria la lingua in cui si esprime mista d’italiano, veneto, dialetto locale, inglese. Non per vana ricerca, ma per potersi esprimere in ogni momento nel modo più efficace. Fondendo diverse lingue trova per ogni racconto, riflessione, descrizione, la possibilità di esprimersi nel modo più efficace. Perché ogni lingua o dialetto, sottende una particolare sensibilità, forma mentis, cultura e non è uno strumento neutro…

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Il Sosia

L’ombra, quella figura che per strani giochi di luce cammina davanti a noi, quasi a indicarci la via, e che, per gli stessi giochi di luce, cambia direzione mentre noi imbocchiamo una via, passandoci di fianco quasi a dire “torna indietro, è la strada sbagliata”. Il doppio che cammina, così è chiamata, Doppelgänger . Comunemente riferito al sosia, al “gemello cattivo”, il Doppelgänger, machiavellico e ingannevole, è legato al “Perturbante” di Freud, un’immagine, una persona, un fatto, una situazione sentita come amica ma allo stesso tempo estranea, portando confusione e angoscia. Il Mr. Hyde che vive in ogni persona, il lato oscuro immortalato su una tela, l’ombra di un ragazzino che non vuole crescere, un naso che vuole diventare re di Spagna, il riflesso di cui Narciso si innamora, il noi visto allo specchio, diverso, giudice imparziale.

Il narcisismo fa parte del nostro essere, fotografare la nostra immagine porta a creare un alter ego, quasi a ricalcare un Dorian Gray su pellicola, provando un’innata gelosia nei confronti di quella parte di noi che è riuscita a dominare il tempo.
La vanità che sta dietro l’autoritratto si trasforma nel Doppelgänger, obbligando il soggetto a vedersi come oggetto, una pulsione ad inseguire tutti i nostri “Io”.

Goljadkin, l’eroe di Dostoevskij, divide la sue personalità in due entità completamente differenti, la più forte delle quali ruba la vita del se-stesso-senior mettendolo in ridicolo e portandolo alla pazzia.

Il Sosia, il romanzo più criticato di Dostoevskij, di cui l’autore andava fiero, è un anticipo dell’uomo del sottosuolo che nascerà vent’anni più tardi. Il romanzo originale, scritto nel 1846, fu aspramente criticato inizialmente poichè accusato di ricalcare le orme di Gògol. Già dalle prime frasi, difatti, si respira un’atmosfera gogoliana, quasi a sembrare un’imitazione del Naso. Mancanza di originalità? Dostoevskij conosceva bene Gògol e le sue opere. Lo ha addirittura omaggiato riprendendo l’appellativo “il nostro eroe”, utilizzato in Anime Morte. Criticato soprattutto perchè non segue il canone della scuola naturale, qui Dostoevski sperimenta per la prima volta quello che sarà poi il suo stile: l’ossessione morbosa dell’Altro.

La peculiarità di questo Sosia è che a differenza di uno sdoppiamento quale Mister Hyde, dove avviene un cambiamento radicale di personalità, esso muta dinamicamente insieme al protagonista: la prima volta che si presenta in ufficio, difatti, il doppio risulta ancora timido e umile, tant’è che stabilisce una promessa di legame fraterno con il nostro eroe: noi contro loro.
Il nostro eroe è fortemente influenzato dal giudizio altrui e crea così un doppio, un se stesso più forte, determinato, senza paure. Ciò che il doppio riesce a cambiare in sè è ciò che il nostro eroe condanna negli altri: l’inganno. E così mentre giorno dopo giorno diventa sempre più cinico e scavalca il nostro eroe, Goljadkin senior crolla psicologicamente . E’ dall’orgoglio che deriva la sua allucinazione: l’orgoglioso si crede padrone del suo sogno, ma nello stesso tempo si divide in un individuo che disprezza.

Goljadkin senior crede possibile la rinconciliazione con il proprio doppio, medita di fondersi con esso, di ritrovare l’unità perduta. Insomma: Goljadkin è l’uomo che perde la sfida per la sua crescita interiore, e si perde negli abissi creati dalla sua stessa mente. Il problema dell’uomo cittadino contemporaneo.

Il sosia è una mera allucinazione di un pazzo impiegato o è esistito realmente? Tutti i personaggi del racconto riconoscono l’esistenza del Goljadkin junior, ma molti dei capitoli iniziano al momento del risveglio, un’oscillazione tra il sonno e la veglia, quasi a lasciar intendere che sia tutto frutto dell’immaginazione di Goljadkin senior.

“Egregio signore,
Jàkov Petròvic!

O lei e io, ma tutt’e due insieme non è possibile! Pertanto le dichiaro che la sua singolare, ridicola e per giunta irrealizzabile pretesa di passare per mio gemello e di spacciarsi per tale non condurrà ad altro che al suo totale disonore e alla sua completa sconfitta. Pertanto la prego, nel suo stesso interesse, di farsi da parte e di cedere il passo alle persone veramente nobili e animate da giusti scopi. In caso contrario l’avverto che sono pronto a ricorrere alle misure più estreme. Depongo la penna e attendo… Comunque rimango a sua disposizione… anche con la pistola.”

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Molloy

Partii. Avevo dimenticato dove andavo. Mi fermai per pensarci su. Per me è difficile riflettere pedalando. Quando voglio riflettere pedalando, perdo l’equilibrio e cado. Parlo al presente, è così facile parlare al presente quando si tratta del passato. Si tratta del presente mitologico non fateci caso. Mi ammucchiavo già nella mia stasi di cencio quando mi ricordai che era una cosa da non fare. Ripresi la mia strada, questa strada di cui non sapevo nulla, in quanto strada, che era solo una superficie chiara o scura, liscia o accidentata, e sempre cara a pensarci bene, e questo caro rumore della cosa che scorre e che una breve polvere saluta, quando è asciutto. Eccomi, senza ricordarmi d’essere uscito dalla città, sulle sponde del canale. Il canale attraversava la città, lo so, lo so, ce n’è anzi due. Ma allora queste siepi, questi campi? Non tormentarti, Molloy. Di botto vedo, era proprio la gamba destra quella rigida, a quell’epoca. Penosamente vidi lungo l’alzaia venire verso di me un trio di asinelli grigi, sull’altra riva, e intesi delle grida di collera e dei colpi sordi. Misi il piede a terra per veder meglio la chiatta che si avvicinava, così adagio da non increspare l’acqua. Era carica di legname e di chiodi, di certo destinata a qualche falegname. I miei occhi incrociarono lo sguardo di un asino, abbassai gli occhi verso i suoi passettini delicati e buoni. Il nocchiero appoggiava  il gomito sui ginocchi, la testa sulla mano. Ogni tre o quattro boccate, senza togliersi la pipa di bocca, sputava nell’acqua. Il sole esponeva all’orizzonte i suoi colori di zolfo e di fosforo, verso quelli io andavo. Finalmente smontai di sella , raggiunsi saltellando il fosso e mi coricai, accanto alla bicicletta. Mi ci coricai lungo disteso, con le braccia incrociate. Il candido biancospino s’inclinava verso di me, disgraziatamente l’odore del biancospino non mi va. Nel fosso l’erba era  folta e alta, mi tolsi il cappello e mi sistemai i lunghi steli fronzuti tutt’intono alla faccia. E allora sentivo la terra, l’odore della terra era nell’erba, che le mani m’intrecciavano sulla faccia, in modo da esserne accecato. Ne mangia anche un po’. In un modo altrettanto incomprensibile come prima col mio nome, mi rammentai che ero partito per andare a trovare mia madre, al mattino di questa giornata ormai al tramonto. Le ragioni? Le avevo dimenticate. Ma le conoscevo, credevo di conoscerle, non avevo che da ritrovarle per volare da mia madre sulle ali di gallina della necessità. Sì, appena si sa il perché tutto diventa facile, una semplice questione di magia. Sapere a che santo votarsi, è tuto lì. Poi qualsiasi coglione lo può fare. Quanto ai particolari, se ci si interessa dei particolari, non c’è da disperarsi, si può finire per bussare alla porta giusta, nella maniera giusta. È solo per l’insieme che sembra non esistere un incantesimo. Forse l’insieme non c’è, se non postumo. Non c’è bisogno di essere poi tanto furbi per trovare un calmante alla vita dei morti. Che cos’aspetto, allora, per esorcizzare la mia? Arriva, arriva, sento già l’urlo alla gola che calmerà tutto, anche se non sarò io a proferirlo. Inutile frattanto sapersi defunti, nel frattempo, non lo si è, ci si agita ancora, i capelli crescono, le unghie si allungano, gli intestini si svuotano, tutti i beccamorti sono morti. Qualcuno ha calato la tela, forse noi stessi. Dove sono le mosche di cui si è tanto sentito parlare? Ci si arrende all’evidenza, non siamo noi ad esser morti, son tutti gli altri. Allora ci si alza e si va dalla propria madre, che crede d’esser viva. Ecco la mia impressione. Ma adesso bisogna che me ne esca da questo fosso.

Da “Molloy” dello scrittore irlandese Samuel Beckett (1906-1989), Nobel per la letteratura nel 1969. Beckett è un esponente di quello che è stato definito il “teatro dell’assurdo”. La sua opera più conosciuta è senza dubbio “Aspettando Godot”.  “Molloy”  invece fa parte di una trilogia di romanzi (dell’assurdo), insieme a “Malone muore” e a “L’innominabile”. I protagonisti sono l’investigatore Moran, che sta cercando Molloy, e Molloy che sta cercando sua madre.  Il libro racconta le loro avventure, al termine delle quali naturalmente nessuno dei due troverà chi sta cercando.. finendo invece per perdere sé stesso, il proprio racconto e la propria vita nella tragicommedia dell’assurdo.

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Da un castello all’altro

Arrivati alla loro Prefettura era il momento ancora di aspettare cinque, sei ore… che vengano a prenderci… cinque sei ore in piedi ciascuno in bara verticale, chiusa a chiave… ho fatto nella mia vita posso dire delle ore e delle ore di guardia, sentinella, come piantone, palo, in guerra come in pace… ma lì in quelle scatole verticali del Politiigaard Copenaghen, mi sono mai sentito così stronzo… in attesa di essere interrogato… su chi? su che cosa? avevo il tempo un po’ di riflettere… ecco fatto!  mi aprivano la scatola!… mi aiutavano a salire su di sopra… era necessario!… due pulle… l’effetto del beribèri e anche di aspettare verticale… l’ufficio era al «quarto»… le pulle mi aiutavano così gentili… mai nessuna brutalità! devo dire anche che ho tentato tutto per guarirmi dalle vertigini, per piegarmi più camminando… più crollare… Salute!… io crollo!… gli strascichi di sta pellagra… si legge in tutti i «Trattati» che è niente guarire lo scorbuto, che con qualche fetta di limone… alla vostra salute!… che sono storto per sempre!… che mi seppelliranno storto così carraddobbo!… bene! ho voglia essere così, rimbambito, finito, c’è mica ragione di perdervi per strada! vi raccontavo la scala… eccoci al «quarto»… una piccola nota divertente a proposito del loro Politiigaard… come è combinato… corridoi così ingrovigliati, forcine da capelli e cavatappi,  che supponendo che te ne scappi in qualunque punto, in qualunque momento, ti ritrovi preso in un cortile dove i «picchiatori» ti aspettano… sbirri speciali… sei massaggiato! e giù all’osteria! c’è manco da provare di scappare! per me nessun problema!… centenario che ero già!… tutti i «Trattati» possono farci niente! ciò che è fatto… è fatto!… la prigione nordica!… è stata fatta apposta! guardate adesso quelli che si espongono a Budapest e Varsavia c’è né che andranno di sicuro in galera!… fatale!… gli domanderete fra vent’anni che cosa pensano del tutto?… il turista vede niente, ho detto, segue la guida… l’Hôtel d’Angleterre, Nyehavn, i piccoli tatuati, la «grossa Torre»… «sirena»… il suo spirito è soddisfatto, torna a casa, può parlare, ha visto!… due, tre cavalli di Karlsberg, la birreria, coi loro berrettini l’estate!… del turismo, o non ci capisco niente!

Che io torni al mio piano! issato da uno sbirro a ogni braccio.. eccoci qua! mi siedono! tre Kriminalassistent si mettono a interrogarmi… a turno…oh! senza alcuna brutalità!… ma così fissi fastidiosi!… «Ammette di avere consegnato alla Germania i piani della Linea Maginot?…» sempre anch’io fisso lo stesso! «No!» e firmavo! serio come loro! tutto questo si svolgeva in inglese… a sto punto potete valutare il declino della nostra lingua… fosse stato sotto Luigi XIV o poniamo soltanto sotto Fallières mai avrebbero avuto il coraggio… «Do you admit?… Do you admit?…» il mio culo! no! no! firmato! …senza commento! una volta poi io i miei no! no! così firmati, mi rimettevano le manette, e mi riportavano giù al furgone… e avanti ancora… tutta la città! Est-Ovest!

Questo è stato così per mesi e poi a un certo momento ho più per niente potuto muovermi… è loro allora che sono venuti a trovarmi i tre Kriminalassistent… nello strafondo del mio buco… rifarmi la stessa domanda… tengo a specificare buco! andrete a vedere, tre metri per tre, sei metri di profondità… un pozzo… per far verde, beribèri, lichene c’è mica meglio! io che sono vissuto Passage Choiseul, diciotto anni, io me ne intendo qualcosa di cupe dimore!… ma la Venstre, l’ideale! Una piccola idea che io ci crepi? Ma naturale!… senza scandalo… senza brutalità… «non ha tenuto!» guardate, vi cerco un esempio: Renault!… il modo che hanno agito!… infantili avventati! due anni a fondo di pozzo, e lo avevano! erano tranquilli!… per me, cinque, sei mesi!… ci lasciavo gli stracci!… dovevo!… mutilato 75%!… un corno!… ho tenuto botta! oh porco cazzo!

 

Da “Da un castello all’altro” dello scrittore francese Louis-Ferdinand Céline (1894-1961). Il libro è il racconto di un periodo che l’autore trascorse nella Germania nazista fra il 1944 e il ’45. Essendo ricercato come filo nazista in seguito trascorse 14 mesi di galera a Copenaghen. Finché grazie a un’amnistia poté rientrare a Parigi, dove, a metà anni ’50, scrisse questo libro. La frantumazione delle frasi, che accompagna le variazioni sul filo dei ricordi dal presente al passato, gli appelli al lettore, le invettive, le oscillazioni dal tragico al comico e la lingua in cui il tutto è scritto, allo stesso tempo gergale e letteraria, formano uno strano stile, che molti hanno paragonato ai ritmi e alle sonorità del jazz.

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La macchina morbida

Questa è la prima di una serie di proposte di letture che pubblicheremo sul sito. L’intento è di far conoscere autori e generi riconosciuti, ma non molto noti.
Buona lettura.

Così sono un agente pubblico e non so per chi lavoro, ricevo le istruzioni dalla segnaletica,  dai quotidiani e dai brandelli di conversazione che afferro nell’aria come fa un avvoltoio quando strappa le interiora dalla bocca di un altro animale. Comunque non riesco mai a stare alla pari con i casi arretrati e attualmente mi hanno assegnato all’intercettazione dei film porno girati da James Dean prima di arrivare a quei finocchi assuefatti a lui. Ma fin tanto che quest’agente riesce a farsi strada tra barbieri, gabinetti della metropolitana, cinema a luci rosse e Bagni Turchi, non sarà mai legale né tollerato.

Inchiodai il primo della giornata in un pissoir del metrò «Checca di merda!» urlai «Ti insegno io ad attaccare la mia carne, ti insegno». Lo pestai con il guanto di ferro e la sua faccia si spaccò come un finocchio marcio. Poi lo colpii ai polmoni e il sangue gli sgorgò da bocca, naso e occhi, schizzando su tre pendolari rannicchiati dall’altra parte della stanza dentro i soprabiti di gabardine e nei sottostanti completi di flanella grigia. Il finocchio spaccato giaceva vicino alla sua testa e bloccava il rivolo di piscio che gli colava sulla faccia e tutto il trogolo era rosa chiaro per via del sangue. Strizzai l’occhio ai pendolari. «Riesco a fiutarli a un metro di distanza questi froci di merda» dissi tirando su col naso in segno di ammonimento. «E ancora più squallido di un finocchio è uno che spinella erba del cazzo. Dunque voi tre non mi sembrate i tipi che voltano la schiena a un amico e gli staccano le palle giusto?». I tre presero posto sul pavimento come tre scimmiette: Non Vedo, Non Sento e Non Parlo.

«Vedo che siete dei nostri» dissi con calore e imboccai il corridoio dove gli scolari si rincorrevano con i machete, fra gioiose grida fanciullesche e colpi sparati da pistole rudimentali che riecheggiavano nelle spelonche con i mosaici. Entrai di corsa in un Bagno Turco dove sorpresi un ricchione che brandiva un’erezione  deforme nella sala piena di vapore e lo strangolai su due piedi con un asciugamani insaponato. Dovevo rientrare alla base. Ero smagrito, esausto ormai, e nella carne prosciugata avevo appena la forza di finire quel ricchione rammollito. Fra tremori e sbadigli rientrai nei miei vestiti e m’infilai nel drugstore del terminal. Mancavano cinque minuti alle dodici. Cinque minuti al rifornimento. Mi avvicinai all’impiegato del turno di notte e gli gettai il distintivo.

Sulla faccia gli colava del piscio. Non so per chi lavoro. Ricevo le mie dal suo sangue, dai quotidiani e dai brandelli. «Riesco a fiutarli questi froci di merda nell’aria come fa un avvoltoio». Comunque spinello del cazzo. Lo pestai con la stanza di ferro e lo strangolai come un finocchio marcio. Poi fui costretto a rientrare alla base. Io ero il sangue sgorgato dalla bocca, il naso che si prosciugava la carne che finiva. Dall’altra parte della stanza rannicchiati i miei vestiti fra tremori nei sottostanti completi di flanella grigia sotto il drugstore del terminal. Così sono un agente pubblico e tutto il trogolo altro non era che una segnaletica rosa chiaro dalla strada. Strizzai l’occhio ai pendolari. «Conversazioni che strappo ai froci» tirai su col naso in segno di ammonimento. «Un caso arretrato in meno». Froci che sostengono il pavimento come le tre scimmiette. «Cinema a luci rosse e Turco dei nostri» dissi con calore  e uscii vizio tollerato. Ragazzi a posto che si rincorrono con la prima erezione della giornata fino a un bagno turco dove ti ho beccato merdosa checca. Guanto ad asciugamani insaponato lo colpisce ai polmoni e occhi che schizzano: Ping! Ed entrai nei soprabiti di gabardine. cinque minuti a quel finocchio spaccato.

Da “La macchina morbida” dello scrittore americano William S. Burroughs (1914-1997). Omosessuale, drogato, anarcoide, pecora nera di una buona famiglia.. la sua scrittura è un’esperienza limite: lucida e raffinata, ma insieme violenta, grottesca, visionaria, paranoica. In questo libro, come in altri, sperimenta l’uso del cut-up, tecnica che consiste nel tagliare un brano, mischiarne i frammenti, e ricomporre un nuovo testo. Chiudo segnalando anche: il pasto nudo film-capolavoro di Cronenberg, tratto dall’omonimo libro di Burroughs.

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La città dei dimenticati

Fatti estranei e persone sconosciute possono rimanere impressi nella memoria per sempre. Come una storia che si svolge, osserviamo gli attori recitare, ignari. Poi le luci si spengono ed il racconto rimane dentro di noi, come un monito. La realtà è più spietata della storia, perché rimane anonima. Ogni volta che scriviamo di ciò che vediamo, stiamo cercando di dare un senso a tutte queste vite irrisolte, un nome. E magari sentirci un po’ meglio.

Giovanni era un tipo strano. Le donne del quartiere con tanta voglia di parlare lo definivano “suonato”, magari comodamente affacciate alla finestra o per strada raccontandoti che razza di mascalzone fosse in un accento regionale ancora marcato. Per essere quello che era, era piuttosto famoso, un’attrazione. In tutte le stagioni andava in giro con una giacca da poco, un golf a collo alto ed i classici guanti da clochard. Non aveva cani o pezzi di cartone strappalacrime. Non ne aveva bisogno, perché aveva già tutto ciò che potesse desiderare. Quando aveva voglia di compagnia spuntava da qualche vicolo nella piazza, con il suo fare allegro ed incominciava lo show. I negozianti lo tenevano d’occhio per lo più sorridendo, ormai abituati, mentre quel vecchio, pazzo, allegro personaggio saltellava in giro. Si guardava intorno in cerca del “contatto”. Era un metodo infallibile: c’è sempre un istante, per quanto sia controllata una persona, in cui si alzano gli occhi dalla propria vita e ci si guarda intorno, senza aspettarsi niente. Ed ecco! Fra due persone si forma un contatto puro attraverso gli occhi. Qualcosa di involontario che comunica all’altro un pezzo di te, e di lui a te. Da quel momento non puoi più ritornare indietro, e Giovanni lo sapeva bene. Si sedeva sulla panchina o sul tavolino apparecchiato accanto a qualche ignaro turista e parlava. Il malcapitato aveva solo qualche istante per realizzare di essere in trappola, imbarazzato, guardandosi ai lati per una possibile via di uscita, implorante. Ma non portava a niente, e appena Giovanni si sedeva vicino, la persona di turno era affascinata. Non so se fosse tutto merito di quei suoi occhi azzurri e vispi. Quando parlava non emetteva solo suoni, ci metteva tutto sé stesso. Non importa la nazionalità di appartenenza, se l’interlocutore comunica attraverso l’anima. Così facendo tirava fuori qualche racconto particolare della zona, uno di quelli che solo lui, chissà perché, ricordava, o improvvisava sull’ascoltatore. Tutti restavano lì a fissare quegli occhi azzurri con un corpo. La sua unica colpa era prendere la vita con leggerezza, e forse l’aver rinunciato a qualcosa tanto tempo fa. Tutto ciò che riguarda il suo passato, era visibile nei suoi lineamenti consumati, nella sfumatura di malinconia appena dietro la gioia del suo sguardo. Le sue storie sapevano di guerra, d’amore da marinai, di povertà e gente lontana, insomma, di mondo. Ognuno rispettava quel povero pazzo, a metà fra un’ombra ed un folletto, come un’esperienza piacevole, una parte delle attrazioni di quel posto, un confidente sconosciuto con cui liberarsi, o un modello a cui far finta di ispirarsi. Credo che la sua capacità di far colpo dipendesse dalla sua natura: era l’espressione dell’anima di quel posto. O almeno di una parte.

Naturalmente questo è solo un racconto, niente di più. Nessun gentile hobo dal nome Giovanni, nessun vagabondo con gli occhi azzurri dall’anima pura ha mai riempito i contorni delle strade dove sono cresciuto. Lì i barboni sono sporchi, nauseanti con piedi gonfi in cancrena o macchie di vomito sul vestito. Donne vecchie e giovani, stanche della vita urlano per strada contro l’uomo che le ha rovinate, in un eterno rigurgito di rancore senza uscita. Mi sono sempre chiesto con quale labirinto avessero sostituito il mondo. A volte questi dimenticati finivano per interagire con il resto del mondo. Il risultato era sempre spiacevole per tutti, ma per un attimo queste ombre cambiavano nome, diventando qualche spiacevole epiteto per la gente normale che aveva avuto la disgrazia di incrociarli. Poi, accadeva sempre, queste persone sparivano del tutto.

Ed è meglio così.

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