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Da un castello all’altro

Arrivati alla loro Prefettura era il momento ancora di aspettare cinque, sei ore… che vengano a prenderci… cinque sei ore in piedi ciascuno in bara verticale, chiusa a chiave… ho fatto nella mia vita posso dire delle ore e delle ore di guardia, sentinella, come piantone, palo, in guerra come in pace… ma lì in quelle scatole verticali del Politiigaard Copenaghen, mi sono mai sentito così stronzo… in attesa di essere interrogato… su chi? su che cosa? avevo il tempo un po’ di riflettere… ecco fatto!  mi aprivano la scatola!… mi aiutavano a salire su di sopra… era necessario!… due pulle… l’effetto del beribèri e anche di aspettare verticale… l’ufficio era al «quarto»… le pulle mi aiutavano così gentili… mai nessuna brutalità! devo dire anche che ho tentato tutto per guarirmi dalle vertigini, per piegarmi più camminando… più crollare… Salute!… io crollo!… gli strascichi di sta pellagra… si legge in tutti i «Trattati» che è niente guarire lo scorbuto, che con qualche fetta di limone… alla vostra salute!… che sono storto per sempre!… che mi seppelliranno storto così carraddobbo!… bene! ho voglia essere così, rimbambito, finito, c’è mica ragione di perdervi per strada! vi raccontavo la scala… eccoci al «quarto»… una piccola nota divertente a proposito del loro Politiigaard… come è combinato… corridoi così ingrovigliati, forcine da capelli e cavatappi,  che supponendo che te ne scappi in qualunque punto, in qualunque momento, ti ritrovi preso in un cortile dove i «picchiatori» ti aspettano… sbirri speciali… sei massaggiato! e giù all’osteria! c’è manco da provare di scappare! per me nessun problema!… centenario che ero già!… tutti i «Trattati» possono farci niente! ciò che è fatto… è fatto!… la prigione nordica!… è stata fatta apposta! guardate adesso quelli che si espongono a Budapest e Varsavia c’è né che andranno di sicuro in galera!… fatale!… gli domanderete fra vent’anni che cosa pensano del tutto?… il turista vede niente, ho detto, segue la guida… l’Hôtel d’Angleterre, Nyehavn, i piccoli tatuati, la «grossa Torre»… «sirena»… il suo spirito è soddisfatto, torna a casa, può parlare, ha visto!… due, tre cavalli di Karlsberg, la birreria, coi loro berrettini l’estate!… del turismo, o non ci capisco niente!

Che io torni al mio piano! issato da uno sbirro a ogni braccio.. eccoci qua! mi siedono! tre Kriminalassistent si mettono a interrogarmi… a turno…oh! senza alcuna brutalità!… ma così fissi fastidiosi!… «Ammette di avere consegnato alla Germania i piani della Linea Maginot?…» sempre anch’io fisso lo stesso! «No!» e firmavo! serio come loro! tutto questo si svolgeva in inglese… a sto punto potete valutare il declino della nostra lingua… fosse stato sotto Luigi XIV o poniamo soltanto sotto Fallières mai avrebbero avuto il coraggio… «Do you admit?… Do you admit?…» il mio culo! no! no! firmato! …senza commento! una volta poi io i miei no! no! così firmati, mi rimettevano le manette, e mi riportavano giù al furgone… e avanti ancora… tutta la città! Est-Ovest!

Questo è stato così per mesi e poi a un certo momento ho più per niente potuto muovermi… è loro allora che sono venuti a trovarmi i tre Kriminalassistent… nello strafondo del mio buco… rifarmi la stessa domanda… tengo a specificare buco! andrete a vedere, tre metri per tre, sei metri di profondità… un pozzo… per far verde, beribèri, lichene c’è mica meglio! io che sono vissuto Passage Choiseul, diciotto anni, io me ne intendo qualcosa di cupe dimore!… ma la Venstre, l’ideale! Una piccola idea che io ci crepi? Ma naturale!… senza scandalo… senza brutalità… «non ha tenuto!» guardate, vi cerco un esempio: Renault!… il modo che hanno agito!… infantili avventati! due anni a fondo di pozzo, e lo avevano! erano tranquilli!… per me, cinque, sei mesi!… ci lasciavo gli stracci!… dovevo!… mutilato 75%!… un corno!… ho tenuto botta! oh porco cazzo!

 

Da “Da un castello all’altro” dello scrittore francese Louis-Ferdinand Céline (1894-1961). Il libro è il racconto di un periodo che l’autore trascorse nella Germania nazista fra il 1944 e il ’45. Essendo ricercato come filo nazista in seguito trascorse 14 mesi di galera a Copenaghen. Finché grazie a un’amnistia poté rientrare a Parigi, dove, a metà anni ’50, scrisse questo libro. La frantumazione delle frasi, che accompagna le variazioni sul filo dei ricordi dal presente al passato, gli appelli al lettore, le invettive, le oscillazioni dal tragico al comico e la lingua in cui il tutto è scritto, allo stesso tempo gergale e letteraria, formano uno strano stile, che molti hanno paragonato ai ritmi e alle sonorità del jazz.

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