Archivi tag: Molloy

Molloy

Partii. Avevo dimenticato dove andavo. Mi fermai per pensarci su. Per me è difficile riflettere pedalando. Quando voglio riflettere pedalando, perdo l’equilibrio e cado. Parlo al presente, è così facile parlare al presente quando si tratta del passato. Si tratta del presente mitologico non fateci caso. Mi ammucchiavo già nella mia stasi di cencio quando mi ricordai che era una cosa da non fare. Ripresi la mia strada, questa strada di cui non sapevo nulla, in quanto strada, che era solo una superficie chiara o scura, liscia o accidentata, e sempre cara a pensarci bene, e questo caro rumore della cosa che scorre e che una breve polvere saluta, quando è asciutto. Eccomi, senza ricordarmi d’essere uscito dalla città, sulle sponde del canale. Il canale attraversava la città, lo so, lo so, ce n’è anzi due. Ma allora queste siepi, questi campi? Non tormentarti, Molloy. Di botto vedo, era proprio la gamba destra quella rigida, a quell’epoca. Penosamente vidi lungo l’alzaia venire verso di me un trio di asinelli grigi, sull’altra riva, e intesi delle grida di collera e dei colpi sordi. Misi il piede a terra per veder meglio la chiatta che si avvicinava, così adagio da non increspare l’acqua. Era carica di legname e di chiodi, di certo destinata a qualche falegname. I miei occhi incrociarono lo sguardo di un asino, abbassai gli occhi verso i suoi passettini delicati e buoni. Il nocchiero appoggiava  il gomito sui ginocchi, la testa sulla mano. Ogni tre o quattro boccate, senza togliersi la pipa di bocca, sputava nell’acqua. Il sole esponeva all’orizzonte i suoi colori di zolfo e di fosforo, verso quelli io andavo. Finalmente smontai di sella , raggiunsi saltellando il fosso e mi coricai, accanto alla bicicletta. Mi ci coricai lungo disteso, con le braccia incrociate. Il candido biancospino s’inclinava verso di me, disgraziatamente l’odore del biancospino non mi va. Nel fosso l’erba era  folta e alta, mi tolsi il cappello e mi sistemai i lunghi steli fronzuti tutt’intono alla faccia. E allora sentivo la terra, l’odore della terra era nell’erba, che le mani m’intrecciavano sulla faccia, in modo da esserne accecato. Ne mangia anche un po’. In un modo altrettanto incomprensibile come prima col mio nome, mi rammentai che ero partito per andare a trovare mia madre, al mattino di questa giornata ormai al tramonto. Le ragioni? Le avevo dimenticate. Ma le conoscevo, credevo di conoscerle, non avevo che da ritrovarle per volare da mia madre sulle ali di gallina della necessità. Sì, appena si sa il perché tutto diventa facile, una semplice questione di magia. Sapere a che santo votarsi, è tuto lì. Poi qualsiasi coglione lo può fare. Quanto ai particolari, se ci si interessa dei particolari, non c’è da disperarsi, si può finire per bussare alla porta giusta, nella maniera giusta. È solo per l’insieme che sembra non esistere un incantesimo. Forse l’insieme non c’è, se non postumo. Non c’è bisogno di essere poi tanto furbi per trovare un calmante alla vita dei morti. Che cos’aspetto, allora, per esorcizzare la mia? Arriva, arriva, sento già l’urlo alla gola che calmerà tutto, anche se non sarò io a proferirlo. Inutile frattanto sapersi defunti, nel frattempo, non lo si è, ci si agita ancora, i capelli crescono, le unghie si allungano, gli intestini si svuotano, tutti i beccamorti sono morti. Qualcuno ha calato la tela, forse noi stessi. Dove sono le mosche di cui si è tanto sentito parlare? Ci si arrende all’evidenza, non siamo noi ad esser morti, son tutti gli altri. Allora ci si alza e si va dalla propria madre, che crede d’esser viva. Ecco la mia impressione. Ma adesso bisogna che me ne esca da questo fosso.

Da “Molloy” dello scrittore irlandese Samuel Beckett (1906-1989), Nobel per la letteratura nel 1969. Beckett è un esponente di quello che è stato definito il “teatro dell’assurdo”. La sua opera più conosciuta è senza dubbio “Aspettando Godot”.  “Molloy”  invece fa parte di una trilogia di romanzi (dell’assurdo), insieme a “Malone muore” e a “L’innominabile”. I protagonisti sono l’investigatore Moran, che sta cercando Molloy, e Molloy che sta cercando sua madre.  Il libro racconta le loro avventure, al termine delle quali naturalmente nessuno dei due troverà chi sta cercando.. finendo invece per perdere sé stesso, il proprio racconto e la propria vita nella tragicommedia dell’assurdo.

Lascia un commento

Archiviato in Letteratura