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La città dei dimenticati

Fatti estranei e persone sconosciute possono rimanere impressi nella memoria per sempre. Come una storia che si svolge, osserviamo gli attori recitare, ignari. Poi le luci si spengono ed il racconto rimane dentro di noi, come un monito. La realtà è più spietata della storia, perché rimane anonima. Ogni volta che scriviamo di ciò che vediamo, stiamo cercando di dare un senso a tutte queste vite irrisolte, un nome. E magari sentirci un po’ meglio.

Giovanni era un tipo strano. Le donne del quartiere con tanta voglia di parlare lo definivano “suonato”, magari comodamente affacciate alla finestra o per strada raccontandoti che razza di mascalzone fosse in un accento regionale ancora marcato. Per essere quello che era, era piuttosto famoso, un’attrazione. In tutte le stagioni andava in giro con una giacca da poco, un golf a collo alto ed i classici guanti da clochard. Non aveva cani o pezzi di cartone strappalacrime. Non ne aveva bisogno, perché aveva già tutto ciò che potesse desiderare. Quando aveva voglia di compagnia spuntava da qualche vicolo nella piazza, con il suo fare allegro ed incominciava lo show. I negozianti lo tenevano d’occhio per lo più sorridendo, ormai abituati, mentre quel vecchio, pazzo, allegro personaggio saltellava in giro. Si guardava intorno in cerca del “contatto”. Era un metodo infallibile: c’è sempre un istante, per quanto sia controllata una persona, in cui si alzano gli occhi dalla propria vita e ci si guarda intorno, senza aspettarsi niente. Ed ecco! Fra due persone si forma un contatto puro attraverso gli occhi. Qualcosa di involontario che comunica all’altro un pezzo di te, e di lui a te. Da quel momento non puoi più ritornare indietro, e Giovanni lo sapeva bene. Si sedeva sulla panchina o sul tavolino apparecchiato accanto a qualche ignaro turista e parlava. Il malcapitato aveva solo qualche istante per realizzare di essere in trappola, imbarazzato, guardandosi ai lati per una possibile via di uscita, implorante. Ma non portava a niente, e appena Giovanni si sedeva vicino, la persona di turno era affascinata. Non so se fosse tutto merito di quei suoi occhi azzurri e vispi. Quando parlava non emetteva solo suoni, ci metteva tutto sé stesso. Non importa la nazionalità di appartenenza, se l’interlocutore comunica attraverso l’anima. Così facendo tirava fuori qualche racconto particolare della zona, uno di quelli che solo lui, chissà perché, ricordava, o improvvisava sull’ascoltatore. Tutti restavano lì a fissare quegli occhi azzurri con un corpo. La sua unica colpa era prendere la vita con leggerezza, e forse l’aver rinunciato a qualcosa tanto tempo fa. Tutto ciò che riguarda il suo passato, era visibile nei suoi lineamenti consumati, nella sfumatura di malinconia appena dietro la gioia del suo sguardo. Le sue storie sapevano di guerra, d’amore da marinai, di povertà e gente lontana, insomma, di mondo. Ognuno rispettava quel povero pazzo, a metà fra un’ombra ed un folletto, come un’esperienza piacevole, una parte delle attrazioni di quel posto, un confidente sconosciuto con cui liberarsi, o un modello a cui far finta di ispirarsi. Credo che la sua capacità di far colpo dipendesse dalla sua natura: era l’espressione dell’anima di quel posto. O almeno di una parte.

Naturalmente questo è solo un racconto, niente di più. Nessun gentile hobo dal nome Giovanni, nessun vagabondo con gli occhi azzurri dall’anima pura ha mai riempito i contorni delle strade dove sono cresciuto. Lì i barboni sono sporchi, nauseanti con piedi gonfi in cancrena o macchie di vomito sul vestito. Donne vecchie e giovani, stanche della vita urlano per strada contro l’uomo che le ha rovinate, in un eterno rigurgito di rancore senza uscita. Mi sono sempre chiesto con quale labirinto avessero sostituito il mondo. A volte questi dimenticati finivano per interagire con il resto del mondo. Il risultato era sempre spiacevole per tutti, ma per un attimo queste ombre cambiavano nome, diventando qualche spiacevole epiteto per la gente normale che aveva avuto la disgrazia di incrociarli. Poi, accadeva sempre, queste persone sparivano del tutto.

Ed è meglio così.

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Archiviato in Letteratura, Milano